lunedì 9 novembre 2015

EUROSTAT: I GIOVANI ITALIANI SI CONFERMANO BAMBOCCIONI

In Italia quasi il 66% dei "giovani adulti", ovvero le persone tra i 18 e i 34 anni vive a casa con i genitori, una percentuale di quasi 20 punti superiore alla media di tutti i 28 paesi Ue (48,4%), la più alta dell'Unione dopo la Croazia. È quanto si legge sui dati Eurostat riferiti al 2014 secondo i quali il 49% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni vive con mamma a fronte di appena il 3,7% dei coetanei svedesi, il 3% dei danesi e dell'11,2% di quelli francesi. Tra i 25 e i 34 anni in Europa in media il 29,2% delle persone vive ancora in famiglia. Tra il 2007 e il 2014 la percentuale di maggiorenni under 35 rimasti a casa con i genitori - si legge sulle tabelle Eurostat - è cresciuta di cinque punti passando dal 60,7% al 65,8%, una crescita superiore a quella dell'euro area (dal 46,9% al 49%). Nello stesso periodo la percentuale è scesa nel Regno Unito dal 38,5% al 33,7%. Nel 2014 vivevano in famiglia - secondo quanto si legge sugli ultimi dati Istat - 6,8 milioni di persone tra i 18 e i 35 anni (quasi tre milioni con più di 25 anni e tra questi oltre un milione di over 30). La percentuale dei "mammoni" è particolarmente elevata in Italia rispetto al resto dell'Europa soprattutto tra i 25 e i 34 anni ovvero nella fascia di età nella quale si dovrebbe, finiti gli studi, cominciare a lavorare e costruire la propria famiglia. In Italia quasi la metà delle persone tra i 25 e i 34 anni vive con almeno un genitore (in aumento di cinque punti rispetto al 44% del 2010) a fronte del 29,2% dell'Ue a 28, dell'11,2% della Francia e del 15,5% del Regno Unito. Nei Paesi scandinavi la percentuale scende sotto il 5% mentre in Germania è in lieve aumento al 18,3%. E per i maschi la percentuale di "bamboccioni" è ancora più alta con il 57,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni a casa a fronte del 36% nell'Ue a 28. Per le "ragazze" la percentuale scende al 40,6% (in crescita dal 36,1% del 2010) ma resta di molto superiore a quella danese (1,7%) e norvegese (2,5%) ma anche francese (7,1%) della stessa fascia di età. Restano invece a casa, anche a causa delle difficoltà nella ricerca del lavoro, le ragazze spagnole (33,4%) e quelle greche (42,3%). Tra i giovani nella fascia tra i 25 e i 34 anni che vivono ancora a casa con i genitori in Italia il 44,2% lavora a tempo pieno (il 54,8% nell'Ue a 28 tra chi vive con i genitori), una percentuale in calo di quasi dieci punti (era il 53,9%) rispetto al 2008. Il 18,3% si dichiara studente (a fronte dell'10,6% dei giovani a casa nell'Ue a 28) mentre il 20,6% si dichiara disoccupato (il 7,6% lavora part time e il 6,8% si dice inattivo). Uno scenario drammatico quello tratteggiato da Eurostat, che dati alla mano sottolinea la situazione che i giovani senza futuro sono costretti a vivere. 
lunedi 9 novembre  2015
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sabato 7 novembre 2015

ALA OCTA: RITIRATO DAL MERCATO UN COLLIRIO CHE FA PERDERE LA VISTA, NESSUN CASO IN ITALIA

L'Agenzia spagnola ha annunciato che 41 pazienti avevano subito complicazioni dopo un intervento chirurgico degli occhi e che 13 di loro hanno perso la vista. Un prodotto oftalmico tedesco, Ala Octa, è stato dichiarato responsabile e ritirato dal mercato spagnolo. Il 23 settembre, l'agenzia di sicurezza nazionale del farmaco e dei prodotti per la salute francese (ANSM) ha annunciato il ritiro di questo prodotto dal Paese. Ala Octa infatti è un prodotto oftalmico sospettato di aver provocato la perdita della vista di alcuni pazienti in Spagna e in Francia. L'annuncio dell'Agenzia spagnola, osserva lo “Sportello dei Diritti”, conferma la pericolosità di questo prodotto. Analisi chimiche e tossicologiche sono attualmente in corso e i campioni sono stati inviati a un Istituto specializzato di ricerca spagnolo. Sono stati confermati 41 casi, tra cui 13 pazienti che hanno perso la vista dall'occhio operato. Intanto ieri in Svizzera la società Alamedics ha invitato i suoi clienti a non utilizzare più l'Ala Octa. L'azienda si è mossa su richiesta di Swissmedic, dopo che in un ospedale elvetico è emerso un grave caso con effetti collaterali nocivi. In Italia sino ad ora non stati confermati casi.
sabato 8 novembre 2015
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venerdì 6 novembre 2015

ASPORTATO UN TUMORE DI 30 KG ALL'OSPEDALE REGINA ELENA DI ROMA

Asportato un tumore di 30 chili, in una donna che ne pesava 90, all'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma. La paziente è stata sottoposta a un intervento estremo della durata di 7 ore, che nel suo Paese di origine, europeo, nessun ospedale aveva voluto effettuare. La donna è stata ricoverata per 2 settimane e ora sta bene. Sessantacinque anni, madre di 3 figli, ha goduto sempre di buona salute, ma in aprile ha cominciato ad avvertire inappetenza, saltuari episodi di vomito e un aumento di volume dell'addome. Gli esami condotti nel suo Paese hanno quindi evidenziato la presenza di un tumore di origine lipomatosa.
Considerate le dimensioni enormi della lesione, nessun ospedale contattato si è offerto di sottoporla ad asportazione chirurgica. La donna è arrivata nella struttura romana a fine estate, tramite alcuni familiari residenti in Italia. Dopo gli accertamenti di rito, grazie all'expertise dell'Unità operativa dell'apparato digerente e peritoneo, la paziente è stata operata dall'équipe guidata da Alfredo Garofalo, con gli aiuti Mario Valle, Fabio Carboni e Orietta Federici, e le anestesiste Alessandra Costantino e Luana Fabrizi, oltre a strumentisti e infermieri. L'esame istologico ha confermato che si trattava di liposarcoma retroperitoneale, del peso complessivo di 30 kg.
Il decorso è stato regolare e la signora è stata dimessa dopo 2 settimane e affidata agli oncologi per il trattamento adiuvante. "Mi complimento con tutta l'equipe e il personale coinvolto - commenta Marta Branca, commissario straordinario degli Ifo - Si conferma quindi quanto evidenziato nella certificazione Europea di recente conseguita (Oeci): che il nostro centro oncologico ha una chirurgia in grado di intervenire in tutti i tipi di tumori e soprattutto quelli più complessi. E' stato inoltre un bel battesimo per le nuove sale operatorie integrate e multimediali".adnkronos
venerdi 6  novembre  2015
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martedì 3 novembre 2015

GLI UNIVERSITARI ITALIANI E GLI STILI DI VITA SCORRETTI

Mangiano male, vanno poco e niente in palestra, bevono o fumano troppo, sono smartphone-dipendenti.
"Rimandati" in stili di vita e corretta alimentazione, gli studenti universitari italiani con i maschi che vanno molto peggio delle studentesse. Ma le ragazze vengono bocciate per quanto riguarda la salute riproduttiva visto che non fanno controlli ginecologici. Eppure, gli intervistati dicono di sentirsi abbastanza bene. Sono questi i risultati dell'indagine promossa dalla facolta' di Medicina e chirurgia dell'Universita' Cattolica e dall'Istituto Superiore di Sanita'. Solo 4 ragazzi su 10 seguono le raccomandazioni nazionali per il corretto consumo quotidiano di frutta e solo 2 su 10 quelle relative all'assunzione delle giuste quantita' di verdura. Sono troppi gli studenti sedentari, cioe' ben 3 su 10 non svolgono attivita' fisica, mentre un numero consistente di universitari cedono alle lusinghe di Tabacco e di Bacco: 3 studenti su 10 hanno l'abitudine al fumo e 4 su 10 consumano settimanalmente vino e birra. Tre studentesse su dieci, dichiarano di non essersi mai sottoposte a controlli ginecologici. Altissima l'attitudine verso le nuove tecnologie, con rischio di abuso e dipendenza: tutti gli studenti (uomini e donne) hanno almeno un telefono cellulare e 7 su 10 usano smartphone per essere sempre connessi. Al di la' di uno stile di vita non del tutto salutare la stragrande maggioranza degli universitari italiani - 8 su 10 - si sentono in buona o ottima salute. I ricercatori della Facolta' di Medicina e Chirurgia dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Roma in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanita', hanno preso in esame i comportamenti alimentari, attivita' fisica, abitudine al fumo, consumo di alcool e droghe, salute riproduttiva, attitudini verso l'apprendimento e le tecnologie, salute percepita e stato di benessere generale, nell'ambito dell'indagine "Sportello Salute Giovani". La ricerca integrale, pubblicata sugli Annali dell'Istituto Superiore di Sanita', ha riguardato stili di vita e comportamenti di 8516 studenti di dieci universita' italiane (di Nord, Centro e Sud del Paese), in eta' compresa tra 18 e 30 anni: 5702 donne (67%) e 2814 uomini (33%) con eta' media di 22,2 anni. "Indagini come questa dell'Universita' Cattolica, che esplora le abitudini e i comportamenti dei nostri giovani, rappresenta un prezioso strumento per poter programmare la prevenzione primaria soprattutto in vista dell'aumento dell'aspettativa di vita - afferma Walter Ricciardi, Presidente dell'Istituto Superiore di Sanita' - questi dati ci impongono di prestare una maggiore attenzione in tutte le politiche, e non solo in quelle sanitarie, all'educazione agli stili di vita salutari. Il vantaggio e' doppio, individuale e collettivo: essere anziani con un buon tempo da spendere e poter affrontare una spesa sanitaria maggiormente sostenibile". I risultati della ricerca, in linea con studi precedenti condotti in Italia e in altri Paesi, mettono in evidenza la presenza di stili di vita non salutari e comportamenti a rischio, come abitudini alimentari scorrette, inattivita' fisica, guida in stato di ebrezza o sotto l'influenza di sostanze psicoattive, oltre che un'attenzione non ottimale nei confronti della propria salute riproduttiva. Non tutto e' perduto anche se molti universitari italiani hanno accumulato diversi "debiti formativi" in comportamenti e stili di vita salutari. Secondo gli esperti, basterebbero pochi interventi per migliorare la situazione: dall'offerta di porzioni di frutta e verdura al posto di calorici snack nei distributori automatici, all'incremento della disponibilita' di strutture sportive nei campus universitari, all'organizzazione di corsi che educhino all'uso consapevole delle nuove tecnologie, evitandone gli abusi, a sportelli di counseling dentro gli atenei a loro disposizione. agi
 martedi 3 novembre  2015
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lunedì 2 novembre 2015

OSPEDALE DI CIVITAVECCHIA RECORD: RIMOSSI TRE TUMORI AD UN PAZIENTE DI 78 ANNI

Intervento chirurgico record all'ospedale San Paolo di Civitavecchia, dove a un paziente di 78 anni sono stati asportati simultaneamente 3 tumori addominali. L'operazione '3 in 1' è stata eseguita nelle scorse settimane dal primario di Chirurgia Emanuele Santoro. Dopo un felice decorso post-operatorio, informa l'Asl Roma F, l'uomo è stato dimesso guarito dopo 8 giorni.
D.A. - spiega l'Asl - soffriva da tempo di anemia, con perdita dell'appetito e dimagrimento. Sottoposto a esame endoscopico è risultato affetto da un tumore dello stomaco, ma ulteriori accertamenti preoperatori hanno riscontrato anche la presenza di un tumore del colon e di un voluminoso tumore del rene. Da qui il laborioso intervento chirurgico, durato poco più di 5 ore, senza perdita di sangue.
La simultaneità di due tumori è ben nota e ha una frequenza compresa tra l'1 e il 3% di tutti gli interventi per cancro, sottolineano gli esperti. La presenza simultanea di tre tumori a carico di tre diversi organi addominali è invece molto rara, ed è ancora più eccezionale la possibilità di asportarli con un unico intervento.
"Siamo felici dell'ottimo risultato - dichiara Santoro - e ringrazio tutti i colleghi che hanno collaborato alla riuscita dell'intervento. E' stata una procedura particolarmente complessa e impegnativa".
"Ci siamo assunti un grosso rischio a eseguire un intervento di questa portata, ma non avevamo alternative - aggiunge il chirurgo - Data l'eccezionalità del caso ne stiamo studiando il sistema immunitario e l'assetto genetico, per meglio capire come si sia potuta determinare una situazione così particolare"adnkronos
lunedi 2 novembre  2015
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domenica 1 novembre 2015

COMMUOVE LA STORIA DI BATHSHEBA, LA BAMBINA COL CUORE FUORI DAL PETTO

Pentalogia di Cantrell. E' il nome della sindrome di cui soffre la piccola Virsaviya 'Bathsheba' Borun-Goncharova, 6 anni, nata con il cuore 'fuori' dal petto, protetto solo da un sottile strato di pelle che permette di vederne addirittura il battito.
Anomalia che, alla nascita, si verifica meno di una volta su un milione e che al massimo permette a un bambino di vivere fino a 6 anni, la stessa età che oggi ha la piccola. Per curare questa malattia rara, si legge sul 'Mirror', la famiglia della bimba è partita dalla città russa di Novorossijsk per arrivare in Florida, negli Stati Uniti.
Per sostenere tutte le cure è stata aperta una raccolta fondi sulla piattaforma di crowdfunding 'You Caring', che ha raccolto oltre 20mila dollari. "In un ospedale pediatrico di Boston hanno detto che purtroppo, in questo momento, non possono operare la bimba perché la sua pressione sanguigna è troppo alta, ora si spera che i farmaci possano ridurla abbastanza per permettere l'intervento chirurgico".
Intanto la madre della bimba, Dari Borun, pubblica sul suo profilo Instagram molte immagini della piccola Virsaviya, raccontando vita quotidiana, difficoltà, spostamenti e preoccupazioni, assieme alle moltissime interviste che la bambina sta avendo con le televisioni di tutto il mondo. "E' una ragazza molto allegra e di talento - si legge ancora sulla piattaforma di raccolta fondi - ama i delfini, i cani e i cavalli. Frequenta una scuola di danza e ama dipingere e fare sculture di argilla. Canta sempre e ama Beyoncé".
domenica 1 novembre  2015
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WOLKSWAGEN: LE EMISSIONI TRUCCATE POSSONO AVER CAUSATO LA MORTE DI 59 PERSONE

Le emissioni truccate dei motori diesel della casa automobilistica Volkswagen possono aver causato la morte prematura di 59 persone negli Stati Uniti. L'analisi emerge dai calcoli dei ricercatori delle prestigiose università statunitensi del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston e della Harvard University che delinea nuove responsabilità della Volkswagen, peraltro ammesse pubblicamente e ripetutamente dopo la denuncia dell’Environmental Protection Agency Epa. La ricerca spiega che le maggiori emissioni del quasi mezzo milione di auto tedesche accorcia la vita tra i 10 ed i 20 di 60 persone. Le conseguenze in Europa potrebbe essere molto più alte perché il software in questione è stato montato sui motori diesel alcuni anni prima rispetto gli Stati Uniti. La ricerca rivela come alle maggiori emissioni dei 482.000 veicoli diesel sui quali era montato il software che manipolava le emissioni sarebbe ascrivibile il “contributo diretto a 59 morti premature negli Stati Uniti e costi sociali di 450 milioni di dollari (407 milioni di euro). L’analisi, informa una nota, è stata condotta in maniera rigorosa e scientifica: sono stati calcolate le emissioni in eccesso, fino a 40 volte oltre il limite consentito, moltiplicate per il numero di veicoli venduti tra il 2008 ed il 2015 e per la loro percorrenza; il dato è stato incrociato con la densità della popolazione ed i vari fattori di rischio. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters. Questo studio, osserva lo “Sportello dei Diritti”, si applica solo agli Stati Uniti, anche se 11 milioni di vetture del gruppo Volkswagen sono state dotate di questo software in tutto il mondo, con una maggiore concentrazione in Europa.
domenica 1 novembre  2015
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