Quanti caffe' si possono ingurgitare al giorno? La dose ideale, per sette medici su dieci, da 3 a 4 tazzine. Non di piu'. Gli italiani non carburano al mattino senza un buon espresso. Nel Belpaese, il consumo di caffe' tocca ben il 96,5% dei connazionali tra i 18 e i 65 anni. A rivelarlo è l'indagine condotta da AstraRicerche per conto
di Consorzio Promozione Caffè, tramite interviste on line su un campione di oltre 1.000 individui tra i 18 e i 65 anni rappresentativi di circa 37.800.000 italiani.Ma quanto caffè consumano gli italiani? Quasi tutti ne bevono almeno una tazzina al giorno e sulle quantità consumate il campione si divide in tre gruppi: deboli consumatori (il 36% con 1-2 tazzine al giorno), medi consumatori (un altro 36% con 2-3 al giorno) e forti consumatori (il 27% con una dose quotidiana di oltre tre tazzine). Il consumo è più elevato tra gli uomini e cresce con l'età - almeno fino ai 54 anni - per poi moderarsi negli ultra 55enni, mentre i consumatori più accaniti risiedono nel Nord Ovest (Piemonte e Lombardia) e nella parte meridionale del Paese.
Il caffè si prende prevalentemente a casa (89%) - in particolare le donne (92%) ultra 45enni (94%) - e al bar (78%). Diversi sono i momenti della giornata in cui ci si concede una tazzina: 80% la mattina, 76% subito dopo pranzo, 59% a metà mattina, 50% nel pomeriggio. Ma il caffè preferito, quello a cui più della metà dei consumatori non rinuncerebbe mai, è quello bevuto la mattina appena svegli (58%)
.Il caffè macinato e preparato, come tale, è la tipologia di caffè più consumata (76%) e anche preferita (51%), soprattutto se preparato con la classica moka (42%).Differenze di genere - Gusti diversi per genere: gli uomini, infatti, lo preferiscono amaro e puro mentre le donne con latte o cacao. Gli uomini, gli ultra 45enni e i residenti nella parte centro-meridionale dell'Italia amano il caffè 'puro', mentre le donne, i giovani (soprattutto 18-24enni) e i residenti nel Nord amano mischiare il caffè e quindi, più della media, scelgono caffè macchiato, cappuccino, caffelatte e marocchino. E da qualche anno a questa parte impazza la moda del caffe' ginseng che prende sempre piu' piede grazie alla delicatezza dei sapori, dedicati a chi non ama quelli forti dell'espresso.
Il caffe' e' pausa e piacere. Con gli amici, con i colleghi, con l'amore della vita.
Ma cosa pensano i medici del consumo di caffè? Gli intervistati affermano che solo un numero limitato di medici di base (20%) esprime consigli relativi al fatto di limitare il consumo di caffè (il 13% su specifica richiesta del paziente e il 7% spontaneamente); comunque nella maggioranza dei casi (62%), il medico di base invita i pazienti ad un consumo moderato della bevanda (3 tazzine al giorno), un ulteriore 10% ne concede fino a 4/5 al giorno e un altro 2% non pone alcun limite perché ritiene non ci sia alcuna controindicazione al consumo. Al contrario solo un 11% ne sconsiglia l'assunzione per particolari condizioni di salute del paziente, soprattutto se iperteso e con problemi di pressione.
mercoledi 9 luglio 2014
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mercoledì 9 luglio 2014
GLI ITALIANI TAGLIANO ANCHE SULLE SPESE SANITARIE
Non solo meno carne a tavola e meno vestiti acquistati. Peggio ancora. La crisi fa tagliare i costi riservati alla salute. Meno spese sanitarie per gli italiani alle prese con la poverta'. La spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7%, il valore pro-capite si è ridotto da 491 a 458 euro all'anno, e le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private. Per la prima volta è diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila in meno nell'ultimo anno. E sono dati inquientati se si pensa che l'Italia e' un Paese sempre piu' vecchio. È quanto emerge dal Rapporto 'Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali' di Censis e Unipol, presentato a Roma. Insomma, negli anni delle vacche magre anche il welfare privato familiare comincia a mostrare segni di cedimento.
Tra il 2007 e il 2013 la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6% in termini reali) a causa della stretta sui conti pubblici. Era aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2% tra il 2007 e il 2012, per ridursi però del 5,7% nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. E anche il numero dei collaboratori domestici per attività di cura e assistenza (963mila persone) ha registrato una flessione nell'ultimo anno (-0,4% nel 2013), dopo un periodo di crescita costante (+4,2% tra il 2012 e il 2013). Il Censis stima che 4,1 milioni di persone in Italia sono attualmente portatrici di disabilità (il 6,7% della popolazione): nel 2020 diventeranno 4,8 milioni, per arrivare a 6,7 milioni nel 2040. Non è un caso che la spesa totale per le disabilità abbia registrato un forte incremento, superiore al 20% in termini reali tra il 2003 e il 2011, passando da 21,2 miliardi di euro a quasi 26 miliardi.
Cresce anche la domanda di assistenza per la popolazione anziana non autosufficiente (long term care). In Italia gli anziani che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata sono passati da poco più di 200mila nei primi anni 2000 a oltre 532mila nel 2012, cioè dal 2,1% della popolazione anziana (persone con 65 anni e oltre) al 4,3%. La spesa complessiva per gli anziani serviti dalla long term care è pari attualmente all'1,7% del Pil, ma nel 2050 l'incidenza potrebbe arrivare al 4%, alla luce delle proiezioni demografiche. Il problema è che, a fronte di questi numeri, il welfare pubblico si è ristretto. L'allungamento dell'aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale.
mercoledi 9 luglio 2014
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Tra il 2007 e il 2013 la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6% in termini reali) a causa della stretta sui conti pubblici. Era aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2% tra il 2007 e il 2012, per ridursi però del 5,7% nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. E anche il numero dei collaboratori domestici per attività di cura e assistenza (963mila persone) ha registrato una flessione nell'ultimo anno (-0,4% nel 2013), dopo un periodo di crescita costante (+4,2% tra il 2012 e il 2013). Il Censis stima che 4,1 milioni di persone in Italia sono attualmente portatrici di disabilità (il 6,7% della popolazione): nel 2020 diventeranno 4,8 milioni, per arrivare a 6,7 milioni nel 2040. Non è un caso che la spesa totale per le disabilità abbia registrato un forte incremento, superiore al 20% in termini reali tra il 2003 e il 2011, passando da 21,2 miliardi di euro a quasi 26 miliardi.
Cresce anche la domanda di assistenza per la popolazione anziana non autosufficiente (long term care). In Italia gli anziani che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata sono passati da poco più di 200mila nei primi anni 2000 a oltre 532mila nel 2012, cioè dal 2,1% della popolazione anziana (persone con 65 anni e oltre) al 4,3%. La spesa complessiva per gli anziani serviti dalla long term care è pari attualmente all'1,7% del Pil, ma nel 2050 l'incidenza potrebbe arrivare al 4%, alla luce delle proiezioni demografiche. Il problema è che, a fronte di questi numeri, il welfare pubblico si è ristretto. L'allungamento dell'aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale.
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martedì 8 luglio 2014
LE CELLULE STAMINALI PER COMBATTERE LA CECITA'
Le cellule staminali per combattere la cecita'. Meglio, la degenerazione maculare, forma di cecita' che colpisce la zona centrale della retina. E' un disturbo che fa perdere la visione dei colori fino alla completa oscurita' della vista. Colpisce prevalentemente persone oltre i 55 anni. Le cellule staminali ormai vengono adoperate in medicina come il prezzemolo in cucina. Ma sembrano essere miracolose. Ci crede un gruppo di scienziati californiani che lancia la proposta al Forum Europeo delle Neuroscienze (FENS Forum), in corso a Milano. Il metodo prevede la combinazione di una nuova tecnica chirurgica con l'utilizzo di cellule staminali trasformate in specifiche cellule della retina. Mark Humayun, professore di oftalmologia, neurobiologia cellulare e ingegneria biomedica alla University of Southern California, e' alla guida di un progetto chiamato California Project to Cure Blindness , che punta a trattare questa particolare forma di cecita'.
'L'obiettivo e' sostituire le cellule danneggiate dei pigmenti epiteliali della retina (RPE). Pensiamo che sostituire le cellule RPE morte o danneggiate potrebbe essere un modo per rallentare il corso della malattia e addirittura migliorare la vista dice Humayun. Considerata la difficolta' della procedura chirurgica e la bassa disponibilita' di cellule RPE sane, ci basiamo sulle cellule embrionali umane spiega il ricercatore.
Le cellule staminali hanno infatti l'enorme vantaggio di poter diventare qualunque tipo di cellula. Vengono cosi' coltivate in laboratorio prima di essere impiantate, in modo da trasformarsi in una fonte pura di cellule RPE funzionanti. Dopo un anno di studi, il team di Humayun ha compiuto quattro passi fondamentali. Primo: ha isolato una specifica linea di cellule staminali che contiene le caratteristiche delle normali cellule RPE adulte. Secondo: ha individuato un sostrato biologico in grado di agire come piattaforma per supportare l impianto delle nuove cellule RPE. Terzo: ha cominciato ad avere l' efficacia del trattamento, riducendo la perdita di visione in alcuni roditori con AMD. Quarto: ha messo a punto una tecnica chirurgica in grado di impiantare le cellule staminali negli occhi degli animali e, in ultima fase, degli uomini. In parallelo a questi studi di laboratorio, stiamo lavorando su trial clinici per trattare pazienti che soffrono di degenerazione maculare legata all eta'. Dopo piu' di sei mesi di studi sugli animali siamo in grado di dimostrare la sicurezza della tecnica chirurgica, cosi' come la sua capacita' di migliorare la visione. Crediamo di poter arrivare presto a un trattamento sull' uomo, per i pazienti con forme di questa patologia attualmente incurabili'.
martedi 8 luglio 2014
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'L'obiettivo e' sostituire le cellule danneggiate dei pigmenti epiteliali della retina (RPE). Pensiamo che sostituire le cellule RPE morte o danneggiate potrebbe essere un modo per rallentare il corso della malattia e addirittura migliorare la vista dice Humayun. Considerata la difficolta' della procedura chirurgica e la bassa disponibilita' di cellule RPE sane, ci basiamo sulle cellule embrionali umane spiega il ricercatore.
Le cellule staminali hanno infatti l'enorme vantaggio di poter diventare qualunque tipo di cellula. Vengono cosi' coltivate in laboratorio prima di essere impiantate, in modo da trasformarsi in una fonte pura di cellule RPE funzionanti. Dopo un anno di studi, il team di Humayun ha compiuto quattro passi fondamentali. Primo: ha isolato una specifica linea di cellule staminali che contiene le caratteristiche delle normali cellule RPE adulte. Secondo: ha individuato un sostrato biologico in grado di agire come piattaforma per supportare l impianto delle nuove cellule RPE. Terzo: ha cominciato ad avere l' efficacia del trattamento, riducendo la perdita di visione in alcuni roditori con AMD. Quarto: ha messo a punto una tecnica chirurgica in grado di impiantare le cellule staminali negli occhi degli animali e, in ultima fase, degli uomini. In parallelo a questi studi di laboratorio, stiamo lavorando su trial clinici per trattare pazienti che soffrono di degenerazione maculare legata all eta'. Dopo piu' di sei mesi di studi sugli animali siamo in grado di dimostrare la sicurezza della tecnica chirurgica, cosi' come la sua capacita' di migliorare la visione. Crediamo di poter arrivare presto a un trattamento sull' uomo, per i pazienti con forme di questa patologia attualmente incurabili'.
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UN SEMPLICE PRELIEVO DEL SANGUE PER SCOPRIRE IL MORBO DI ALZHEIMER
Bastera' un semplice prelievo del sangue per scoprire se un paziente e' affetto dal morbo di Alzheimer. Al test diagnostico sta lavorando l'Universita' di Oxford. L'obiettivo e' arrivare ad una diagnosi precoce della malattia che avrebbe un esordio dieci anni prima della comparsa dei sintomi.Uno studio inglese ha portato alla scoperta di un gruppo di proteine presenti unicamente nel sangue dei malati già molti anni prima della comparsa dei sintomi. Dunque, accorciare i tempi per avviare precocemente la terapia, e' la parola d'ordine degli scienziati che stanno lavorando al test. E' di questi giorni la notizia che di tutte le sperimentazioni iniziate tra 2002 e 2012 per prevenire o curare l'Alzheimer, la quasi totalità, oltre il 96%, si è risolta in un fallimento. Il motivo, secondo i ricercatori, è che i pazienti che entrano a far parte dei trial clinici hanno già la malattia in fase avanzata con i sintomi già presenti, quindi i trattamenti sono tardivi.Di qui l'importanza di un esame semplice per scoprire la malattia quando è ancora in fase asintomatica. Gli esperti hanno coinvolto 452 persone sane, 220 con declino cognitivo lieve e 476 con l'Alzheimer. Confrontando le proteine nel sangue di ciascuno gli scienziati sono arrivati a selezionare un set di molecole che - se presenti nel plasma - sono rivelatrici della presenza di malattia con accuratezza dell'87%.
Quando il test sarà convalidato su un campione maggiore di persone si potranno individuare gli anziani in cui la malattia è ancora in fase di esordio e asintomatica, iniziando precocemente le terapie.
martedi 8 luglio 2014
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Quando il test sarà convalidato su un campione maggiore di persone si potranno individuare gli anziani in cui la malattia è ancora in fase di esordio e asintomatica, iniziando precocemente le terapie.
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lunedì 7 luglio 2014
IL COMUNE DI MILANO DICE ADDIO A EQUITALIA: DAL PRIMO OTTOBRE I CITTADINI PAGHERANNO LE TASSE IN MUNICIPIO
Il Comune di Milano dice addio a Equitalia e riscuote i tributi da solo. Il consiglio municipale ha deciso che era arrivato il momento di salutare l'ente riscossione tasse governativo e fare da se'. Una delibera ha sancito la fine dell'accordo dopo 14 anni di servizio. Imposte e multe dal prossimo primo ottobre saranno gestite direttamente dal comune di Milano. Unanimi i pareri, 35 voti a favore, un solo astenuto. In caso di disagio economico, i cittadini potranno chiedere che la riscossione sia congelata per un anno. Al contrario, saranno premiati coloro che pagato regolarmente le tasse.
lunedi 7 luglio 2014
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lunedi 7 luglio 2014
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TUMORI ALLA TIROIDE: SI POSSONO SCONFIGGERE 'UBRIACANDO' LE CELLULE CATTIVE
Le cellule maligne si 'ubriacano' e vengono sconfitte. Domate. I tumori alla tiroide si possono combattere. Con una molecola chiamata ''miR-199a-3p'', generalmente presente a bassi livelli nel carcinoma della tiroide, quando reintrodotta agisce
'intossicando' le cellule tumorali. Lo hanno scoperto ricercatori della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, guidati da Maria Grazia Borrello dell'Unita' meccanismi molecolari del Dipartimento di oncologia sperimentale e medicina molecolare. Lo studio, finanziato dall'AIRC, Associazione ricerca contro il cancro, e' stato pubblicato sulla rivista scientifica Oncotarget e presentato al
congresso europeo dell'EACR, European Association for Cancer Research, in corso in Germania a Munich fino all'8 luglio 2014.
La curiosita' e' nel meccanismo attraverso il quale la molecola agisce: si chiama metuosi, dal verbo greco ''metuo'', ossia
''bere fino all'intossicazione''. Il processo di metuosi, identificato per la prima volta dal ricercatore statunitense William Maltese nel glioblastoma, ad oggi e' ancora poco conosciuto e differente dalla piu' nota forma di morte cellulare chiamata apoptosi che innesca meccanismi di autodistruzione delle cellule. ''Tale risultato - spiega Maria Grazia Borrello, biologa dell'Unita' meccanismi molecolari
del Dipartimento di oncologia sperimentale e medicina molecolare dell'Istituto dei tumori - e' d'interesse sia per i pazienti con carcinoma papillare della tiroide, sia in generale per terapie antitumorali innovative. Il carcinoma papillare della tiroide e' in costante crescita e sebbene generalmente sia associato a una buona prognosi dovuta alla risposta positiva ai trattamenti chirurgici o con radioterapia,
il 10% dei casi presenta una malattia progressiva e resistente alle terapie tradizionali. Il miR-199a-3p rappresenta quindi una potenziale strategia terapeutica. Inoltre, essendo le cellule tumorali frequentemente resistenti all'apoptosi, l'identificazione di un meccanismo alternativo per indurne la morte e' di sicuro interesse anche per altre patologie tumorali''. Il carcinoma della tiroide
e' un tumore maligno relativamente poco frequente: costituisce l'1-2% di tutti i tumori e colpisce maggiormente le donne (il rapporto e' 3:1 donna:uomo) in una larga fascia di eta' dai 25 ai 70 anni con picco intorno ai 50. I noduli tiroidei sono molto frequenti ma sono tumorali solo nel 5% dei casi.(fonte: asca)
lunedi 7 luglio 2014
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'intossicando' le cellule tumorali. Lo hanno scoperto ricercatori della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, guidati da Maria Grazia Borrello dell'Unita' meccanismi molecolari del Dipartimento di oncologia sperimentale e medicina molecolare. Lo studio, finanziato dall'AIRC, Associazione ricerca contro il cancro, e' stato pubblicato sulla rivista scientifica Oncotarget e presentato al
congresso europeo dell'EACR, European Association for Cancer Research, in corso in Germania a Munich fino all'8 luglio 2014.
La curiosita' e' nel meccanismo attraverso il quale la molecola agisce: si chiama metuosi, dal verbo greco ''metuo'', ossia
''bere fino all'intossicazione''. Il processo di metuosi, identificato per la prima volta dal ricercatore statunitense William Maltese nel glioblastoma, ad oggi e' ancora poco conosciuto e differente dalla piu' nota forma di morte cellulare chiamata apoptosi che innesca meccanismi di autodistruzione delle cellule. ''Tale risultato - spiega Maria Grazia Borrello, biologa dell'Unita' meccanismi molecolari
del Dipartimento di oncologia sperimentale e medicina molecolare dell'Istituto dei tumori - e' d'interesse sia per i pazienti con carcinoma papillare della tiroide, sia in generale per terapie antitumorali innovative. Il carcinoma papillare della tiroide e' in costante crescita e sebbene generalmente sia associato a una buona prognosi dovuta alla risposta positiva ai trattamenti chirurgici o con radioterapia,
il 10% dei casi presenta una malattia progressiva e resistente alle terapie tradizionali. Il miR-199a-3p rappresenta quindi una potenziale strategia terapeutica. Inoltre, essendo le cellule tumorali frequentemente resistenti all'apoptosi, l'identificazione di un meccanismo alternativo per indurne la morte e' di sicuro interesse anche per altre patologie tumorali''. Il carcinoma della tiroide
e' un tumore maligno relativamente poco frequente: costituisce l'1-2% di tutti i tumori e colpisce maggiormente le donne (il rapporto e' 3:1 donna:uomo) in una larga fascia di eta' dai 25 ai 70 anni con picco intorno ai 50. I noduli tiroidei sono molto frequenti ma sono tumorali solo nel 5% dei casi.(fonte: asca)
lunedi 7 luglio 2014
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CAREGIVERS IN ITALIA: UN ESERCITO DI DONNE SENZA RICONOSCIMENTO ECONOMICO E GIURIDICO COME INVECE ACCADE IN ALTRI PAESI EUROPEI
'Secondo un Rapporto Censis del 2006- si legge sul sito del Senato della Repubblica- i caregivers di famiglia, coloro i quali seguono e assistono persone disabili gravi e gravissime in ambito familiare, in Italia, sono principalmente donne (76,6 per cento), generalmente mogli e figlie che ospitano il malato in casa (più dell'80 per cento). Inoltre, si tratta in prevalenza di caregivers in età attiva (51,6 per cento tra 46 e 60 anni di età), di cui il 45,7 per cento ha problemi di lavoro: di questi il 16,1 per cento lo ha dovuto lasciare il lavoro, il 32,1 per cento ha chiesto il part-time, un altro 33,9 per cento ha dovuto cambiare attività, il 3,6 per cento è stato licenziato. Inoltre, il 53,6 per cento dei caregivers lamenta sonno insufficiente e l'87,3 per cento stanchezza: oltre ai costi misurabili, il caregiver subisce, infatti, la fatica, l'isolamento sociale, la riduzione della qualità della vita e la compromissione delle relazioni familiari. Si stima che più del 50 per cento dei caregivers primari è a rischio di depressione, presentando ansia, insonnia, difficoltà a concentrarsi sul lavoro.
Si tratta di figli, coniugi, genitori che assistono un familiare con disabilità grave o gravissima, o un anziano malato e che, a volte, sono costretti a licenziarsi per dedicarsi ai loro cari, giorno e notte, in assenza di servizi adeguati sul territorio. I caregivers di famiglia svolgono gratuitamente un lavoro di «cura invisibile», un lavoro di supplenza rispetto allo stesso dovere di tutela della salute e di solidarietà che, secondo gli articoli 2, 3, e 32 della Costituzione, spetta direttamente allo Stato. Nel nostro Paese, quindi, la figura del caregiver è di fondamentale importanza per la stessa tenuta del tessuto sociale. Così, mentre in Italia tali figure non sono adeguatamente riconosciute, anche in termini economici, nei principali Stati membri dell'Unione europea, al caregiver non solo sono attribuiti specifici compensi, ma anche una serie di strumenti di tutela che riconoscono a livello giuridico il valore di questo lavoro di cura, anche per la collettività. In tema di lavoro, tra l'altro, la Corte di giustizia europea, con la «sentenza Coleman» (17 luglio 2008, C-303/06, S. Coleman -- Attridge Law, Steve Law), ha stabilito che il divieto di discriminazione per ragioni di disabilità si applica non solo alla persona interessata ma anche a chi l'assiste -- sulla stessa scia, anche la direttiva comunitaria 2000/78/CE del Consiglio del 27 novembre 2000, recepita dall'Italia nel 2003.
Nell'ordinamento italiano, però, questo principio non ha ancora trovato piena attuazione: proposte di legge per l'anticipazione del pensionamento dei familiari di disabili gravi giacciono in Parlamento addirittura sin dalla XIII legislatura. Oggi, in un momento di crisi economica come quello che sta attraversando il nostro Paese, è necessario mettere in campo politiche di ampio respiro capaci di ridisegnare il sistema sociale italiano, evitando di intervenire soltanto con provvedimenti mirati a scongiurare nel breve periodo l'emergenza. In tal senso, il primo obiettivo deve essere la salvaguardia delle strutture sociali fondamentali per lo sviluppo del Paese e, nel rispetto del combinato disposto degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, primi fra tutti quei nuclei familiari particolarmente fragili che si fanno carico dell'assistenza, cura, educazione e crescita di figli diversamente abili'.
lunedi 7 luglio 2014
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Si tratta di figli, coniugi, genitori che assistono un familiare con disabilità grave o gravissima, o un anziano malato e che, a volte, sono costretti a licenziarsi per dedicarsi ai loro cari, giorno e notte, in assenza di servizi adeguati sul territorio. I caregivers di famiglia svolgono gratuitamente un lavoro di «cura invisibile», un lavoro di supplenza rispetto allo stesso dovere di tutela della salute e di solidarietà che, secondo gli articoli 2, 3, e 32 della Costituzione, spetta direttamente allo Stato. Nel nostro Paese, quindi, la figura del caregiver è di fondamentale importanza per la stessa tenuta del tessuto sociale. Così, mentre in Italia tali figure non sono adeguatamente riconosciute, anche in termini economici, nei principali Stati membri dell'Unione europea, al caregiver non solo sono attribuiti specifici compensi, ma anche una serie di strumenti di tutela che riconoscono a livello giuridico il valore di questo lavoro di cura, anche per la collettività. In tema di lavoro, tra l'altro, la Corte di giustizia europea, con la «sentenza Coleman» (17 luglio 2008, C-303/06, S. Coleman -- Attridge Law, Steve Law), ha stabilito che il divieto di discriminazione per ragioni di disabilità si applica non solo alla persona interessata ma anche a chi l'assiste -- sulla stessa scia, anche la direttiva comunitaria 2000/78/CE del Consiglio del 27 novembre 2000, recepita dall'Italia nel 2003.
Nell'ordinamento italiano, però, questo principio non ha ancora trovato piena attuazione: proposte di legge per l'anticipazione del pensionamento dei familiari di disabili gravi giacciono in Parlamento addirittura sin dalla XIII legislatura. Oggi, in un momento di crisi economica come quello che sta attraversando il nostro Paese, è necessario mettere in campo politiche di ampio respiro capaci di ridisegnare il sistema sociale italiano, evitando di intervenire soltanto con provvedimenti mirati a scongiurare nel breve periodo l'emergenza. In tal senso, il primo obiettivo deve essere la salvaguardia delle strutture sociali fondamentali per lo sviluppo del Paese e, nel rispetto del combinato disposto degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, primi fra tutti quei nuclei familiari particolarmente fragili che si fanno carico dell'assistenza, cura, educazione e crescita di figli diversamente abili'.
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