martedì 15 novembre 2016

LA STELE DANNUNZIANA CADE A PEZZI

Pescara.
La Stele dannunziana cade a pezzi e per ristrutturarla occorrerebbero almeno 350 mila euro. I vigili del fuoco, per ragioni di sicurezza,  hanno transennato il monumento dedicato al Vate e apposto sulla rete di protezione un cartello giallo eloquente: caduta materiali. I materiali sono i pezzi di cemento che si staccano e giacciono,  ben visibili,  alla base del parallelepipedo  che si snellisce sempre più in cima e  che costeggia il teatro D'annunzio.  Dall'Ente Manifestazioni Pescaresi, rivelano che "nei decenni scorsi gli scalatori abusivi con i loro scarponi chiodati hanno scolpito il cemento mettendo a nudo i tondini metallici dell'armatura". Ma, ancor di più ha fatto la salsedine marina che negli anni ha corroso la stele monumentale, alta 63 metri e costruita nel 1963 per celebrare il centenario della nascita di Gabriele D'annunzio, e "causato la caduta di numerosi pezzi di conglomerato" al punto che "i vigili del fuoco, per ragioni di sicurezza, hanno disposto l'installazione di una rete protettiva intorno alla base". Rete di protezione, attualmente circondata  da decine di sedie di plastica sbiadite  accastate una sull'altra, da usare all'occorrenza per manifestazioni culturali all'aperto nello spazio verde antistante.   Il Comune, titolare della concessione del complesso monumentale, ha in animo da tempo la ristrutturazione della stele, ma mancano i fondi necessari. Come conferma l'assessore alla Riserva dannunziana  Paola Marchegiani:"Servirebbero almeno 350 mila euro per la riqualificazione della Stele,il Comune non ha fondi e io, quando avevo la delega  al Patrimonio,   avevo chiesto aiuto al Fai (Fondo Ambiente italiano) regionale. Con i miei colleghi di giunta ci impegneremo per salvare il monumento. Intanto lo scorso anno abbiamo fatto ripulire gli interni, invasi da sterco di piccioni,  da un gruppo di speleologi di una impresa di Moscufo ed è stata ripristinata  sulla sommità la luce di segnalazione per gli aerei. La stele è  stata costruita in cemento armato e i geroglifici, che rappresenta la simbologia delle opere dannunziane, sono stati realizzati dallo scultore  toscano Arturo Dazzi" scomparso nel 1966. Nel 1963, anno di costruzione, la stele è stata illuminata dall'imprenditore pescarese Sergio Simoncelli che ora, alle porte di Natale,  vorrebbe ripetere l'operazione. Nel frattempo Marchegiani annuncia che uno dei prossimi interventi, il bando di partecipazione uscirà a breve, sarà illuminare gli esterni del  museo Cascella.   
martedi 15 novembre 2016
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domenica 13 novembre 2016

IL TATUAGGIO NEGLI OCCHI: LA NUOVA PERICOLOSA MODA DEGLI ITALIANI

Si tratta di una nuova tendenza: “eyeball tattoo”, il tatuaggio del bulbo oculare che i più coraggiosi se lo fanno disegnare con inchiostro indelebile. Il metodo del tatuaggio è lo stesso come al solito, sono solitamente piccoli, semplicemente perché non c'è il posto necessario per farli grandi. Questa forma di tatuaggio viene realizzata iniettando dell’inchiostro nella sclera, la parte bianca dell’occhio,per mezzo di un ago. La pratica, diffusa soprattutto in Australia, Stati Uniti e Brasile, ha ora trovato degli stimatori anche in Italia. "Ancora una volta, siamo costretti a registrare queste strane ma anche pericolose mode,  rileva lo Sportello dei Diritti, più volte siamo intervenuti sulla pericolosità dei tatuaggi in generale, per i quali autorità sanitarie di altri paesi sono intervenute nel recente passato a proibire l’utilizzo di determinate pigmentazioni perché contenevano sostanze tossiche ed addirittura cancerogene. Possiamo, quindi, solo immaginare che conseguenze devastanti per la propria salute possano derivare a chi, osa tanto e se li fa fare agli occhi e invitare coloro che hanno intenzione di “provare” a lasciar perdere. L’occhio è uno degli organi più delicati e per questo è sicuramente il posto sbagliato per un tatuaggio. Le congiuntiviti sono assicurate e sussiste un «grosso» rischio di danni retinici che possono portare anche alla cecità".  
domenica 13 novembre 2016
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LA PRIMA FEBBRE LASCIA TRACCE INDELEBILI SUL SISTEMA IMMUNITARIO

Uno studio su 18 diversi ceppi del virus dell'influenza condotto presso la University of Arizona a Tucson e la University of California, Los Angeles e pubblicato sulla rivista Science ha spiegato che la ''prima febbre non si scorda mai''. Secondo l'analisi fatta dal team di ricercatori, la prima febbre lascia un'impronta indelebile sul sistema immunitario che determina la nostra capacità di reagire a altre influenze per tutta la vita. Per gli esperti i virus dell'influenza sono tutti diversi tra di loro ma hanno una cosa in comune, la proteina emoagglutinina (HA), una molecola molto conservata esposta sulla capsula che racchiude il virus che somiglia a un 'lecca lecca'. Questa molecola ha una funzione importante nella formazione delle difese immunitarie contro l'influenza, perché è su di essa che prendono forma gli anticorpi prodotti dall'organismo. Gli scienziati hanno visto che nei diversi ceppi di influenza esaminati ricorrono sempre le stesse due forme di HA, HA blu e HA arancione. Osservando campioni di soggetti di diverse età gli esperti hanno notato che tutti coloro che sono nati prima del 1968 hanno difese immunitarie contro i ceppi influenzali contrassegnati da HA blu, in quanto da piccoli sono subito venuti in contatto con i virus che presentavano questa molecola (gruppi virali H1 or H2 e H5 aviaria). Invece i nati dopo quella data sono immunizzati contro i virus che espongono HA color arancio perché da piccoli hanno incontrato per primi ceppi influenzali contraddistinti da questa molecola (gruppi virali H3 e H7 aviaria). 
domenica 13 novembre 2016
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LE API ITALIANE PRODUCONO PIU' MIELE E SONO MENO AGGRESSIVE

ll miele, uno degli alimenti più antichi del mondo, di cui oggi l’Italia è leader, fa parlare di se' anche per originali iniziative come quella che potrebbe rivelarsi una ricerca innovativa sulle api, che sono allevate da tribù dei villaggi negli stati himalayani per sostenerne le riserve di zuccheri ed energia durante il lungo e arido periodo invernale himalayano oltre per integrare il loro reddito. Ma d’altra parte, per il miele e per le api, sentinelle dell’ambiente e fondamentali per la vita umana con il lavoro di impollinazione che svolgono in agricoltura, sono abituate a trovarsi in posti quanto meno insoliti. Un team di ricercatori del Dipartimento dell'agricoltura indiana con base ad Almora, ha scoperto che le api italiane, che producono tre volte di più il miele delle api indiane e sono meno aggressive, possono sopravvivere ad alta quota a temperature basse. Si sa che il miele prodotto dalle api italiane è congenito al clima più caldo dell'Italia continentale tanto che sino ad oggi si pensava che non fossero in grado di produrlo con climi più rigidi. Johnson Stanley, uno scienziato associato al Dipartimento indiano per l'agricoltura di Vivekanand Parvatiya Krishi Anusandhan Sansthan (VPKAS), coautore della ricerca nella regione himalayana del nord-ovest, ha spiegato: "Il nostro obiettivo era quello di trovare dei modi per rendere l'apicoltura più orientata al profitto. La nostra ricerca ha cancellato il mito che le api italiane non possono sopravvivere al di là di un'altezza di 1000 metri. Gli esperimenti che abbiamo condotto presso l'Azienda Sperimentale Hawalbagh di Almora, ad un'altitudine di 1250 metri sopra il livello del mare, hanno dimostrato che le api italiane sono in grado di sopravvivere a questa altitudine. In realtà, erano sopravvisute nella fattoria sperimentale negli ultimi otto anni. " La ricerca è stata effettuata su una colonia costituita da oltre 30.000 api. Mentre le api indiane possono produrre da 2 a 3 kg per colonia, le api italiane possono produrre da 8 a 10 kg di miele per colonia. "Api italiane sono molto più produttive, ma sino ad oggi gli apicoltori indiani delle colline avevano evitato di allevarle a causa della presunta  inidoneità ai climi più rigidi. L'unico problema con queste api è che hanno bisogno di cure extra che le api indiani non richiedono ", ha inoltre spiegato Stanley. Il Prof. Dibakar Mahanta, altro scienziato associato alla ricerca, ha aggiunto: "Quando la stagione dei fiori è finita, le api dipendono per il cibo proprio dal miele. Le api italiane sono più grandi in termini di dimensioni e terminano il loro miele più velocemente. La loro dieta deve essere pertanto integrata con cibi alternativi come lo zucchero e nettari di fiori. Allo stesso tempo, poichè sono meno aggressive, devono essere protette dai predatori come le vespe. Queste sono solo alcune precauzioni che devono essere prese per proteggerle, ma il rendimento ottenuto grazie a loro sono molteplici come grandi quantità di miele prodotto che a lungo termine può garantire una fonte economica per integrare il reddito degli agricoltori delle colline ". 
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venerdì 11 novembre 2016

MARISA DEL CASTELLO : C'E' UNA SOLA DONNA ALLA GUIDA DEI TAXI DI PESCARA

C'è una sola donna alla guida dei taxi di Pescara: è Marisa Del Castello, 43 anni, origini molisane di Trivento ma residente a Montesilvano. Da aprile 2015 è ufficialmente tassista della compagnia Cotape, cooperativa Radiotaxi Pescara, dopo 17 anni di impiego come addetta alle vendite al Mercatone uno. "Quando l'azienda dove lavoravo ha sospeso l'attività- racconta la signora dei taxi pescaresi- e io mi sono ritrovata disoccupata. E' stato il mio compagno, Massimo Gonfalonieri, a cedermi la licenza, dopo aver deciso di cambiare mestiere. Cosi' ho preso tutti i certificati di abilitazione alla professione, ho superato un esame alla Regione per ottenere la qualifica ufficiale, quindi l'iscrizione al ruolo conducenti e subito ho iniziato a lavorare". Circa un anno fa, la prima corsa a bordo di uno dei 40 mezzi della compagnia, il taxi numero 30:"Ho trasportato una signora in via Chieti e quando mi ha vista è rimasta piacevolmente sorpresa. Questo lavoro mi piace tantissimo e sono felice- sottolinea più volte Marisa Del Castello, madre di Marika, 14 anni- ma certo può essere anche pericoloso e pensando a mia figlia che mi aspetta a casa, cerco di non restare fuori fino a tardi. Di solito, l'ultimo turno lo finisco intorno a mezzanotte. Per fortuna non mi è mai accaduto nulla, ma questo è un mestiere dove si può rischiare la vita se si fa salire in auto la persona sbagliata". A tal proposito, la tassista coglie l'occasione per rimarcare il fatto che non esiste, per la categoria, una regolamentazione di emergenza in caso di pericolo. "Con i colleghi abbiamo deciso un codice tutto nostro di intervento- spiega Del Castello- e siccome a bordo dei mezzi non si possono installare telecamere a causa della privacy, è necessario, però, dotare i taxi di tasti Sos o di dispositivi di allerta generale sia verso i colleghi impegnati in altri turni, che verso le forze dell'ordine. Per precauzione, comunque, tengo sempre accanto a me una bomboletta spray antiaggressione al peperoncino. Non intendo usarlo, ma rappresenta sempre un'arma di difesa, mi fa sentire sicura". Ogni giorno tanti chilometri da macinare, da un capo all'altro della città, tante vite da incrociare e altrettante storie da raccontare. "Tra i miei clienti ci sono tante donne che esultano quando mi vedono al volante, si sentono rassicurate e usano con me toni confidenziali come se si confidassero con una amica". Un aneddoto tra tanti? "Una signora che mi ha chiesto di accompagnarla a fare shopping- rammenta Marisa- l'ho attesa durante i suoi giri e al ritorno mi ha lasciato una lauta mancia, non posso dire quanto, ma la cifra era davvero generosa. Non dimenticherò mai quel gesto di cortesia". Gentile, garbata, di bell'aspetto, unica donna tra 39 colleghi maschi:"Sto benissimo con loro, verso di me hanno un senso di protezione e mi aiutano tanto sul lavoro. Forse con altre donne non avrei avuto lo stesso feeling, sarebbe scattata subito la competizione". Tra i consigli del suo compagno, ex tassista " non discutere mai, nè con i colleghi, nè con i clienti". Il sogno della signora Del Castello è che "il taxi diventi un mezzo di trasporto di uso più frequente e comune". E se qualcuno vuole contattarla direttamente perchè preferirebbe una donna al volante di un taxi?"Si può fare, non è certo vietato, ma non è corretto nei confronti dei colleghi". 
cinzia cordesco

DONATO CARLO ZOTTA: COSI' CURIAMO I TUMORI CEREBRALI

Quattrocentocinquanta interventi neurochirurgici nel 2015, con un aumento di settanta operazioni rispetto all'anno precedente, su pazienti, tra cui centenari e bambini, provenienti, oltre che da tutta la regione, anche dall'alto Molise, Marche e Lazio con copertura di un bacino di utenza di circa 600 mila abitanti. Ottanta tumori cerebrali trattati, venti spinali e settanta ernie del disco; ottocentocinquanta consulenze mediche verso gli ospedali della Asl teatina e della Val Pescara. Sono i numeri che emergono dalle attività degli ultimi tempi dell'unità operativa neurochirurgica dell'ospedale Santo Spirito di Pescara, diretta dal primario facente funzioni Piero Iovenitti. Il coordinamento dell'interventistica operatoria è curato da Donato Carlo Zotta, 55 anni, lucano di Potenza, da sei anni a Pescara dopo undici trascorsi nell'ospedale aquilano. Il reparto, nato nel 1970, situato al primo piano ala nord, conta 22 posti letto e 18 elementi, tra infermieri e personale di supporto, seguiti dal caposala Amedeo Santacroce. "Non facciamo miracoli- commenta Donato Carlo Zotta, una lunga esperienza di lavoro anche in Germania-ma stiamo ottenendo grandi risultati sul territorio, e anche oltre confine, grazie a professionisti validi e tecnologie altamente all'avanguardia". Un "sistema telematico di trasmissione immagini e dati consente all'unità neurochirurgica pescarese- prosegue Zotta- di scambiare consulenze con i nosocomi di Lanciano, Vasto, Popoli e Penne". Per sconfiggere i tumori cerebrali viene utilizzato un "neuronavigatore che consente di ricercare le lesioni all'interno del cranio e intervenire sulla patologie con un margine di precisione molto alto. Un microscopio con fluorescenza ci permette di capire se il tumore è stato asportato per bene". Tra le patologie spinali e traumatiche più trattate, le ernie del disco con settanta interventi negli ultimi tempi, ma c'è molta richiesta su operazioni ai tunnel carpali e cubitali che riguardano mani e braccia. Due tra gli interventi più delicati, l'idrocefalia "il cui versamento di liquido all'interno del cervello- spiega il coordinatore delle attività chirurgiche, laureato nel 1985 a Napoli, università Federico II- può provocare cefalee, disturbi del movimento, demenza" e la cranioplastica, otto interventi nel 2015, che consente "la ricostruzione della teca cranica con materiali plastici biocompatibili realizzati su misura del paziente in Svizzera, Germania e Stati Uniti. Nel reparto, previsto un apparecchio per la risonanza magnetica intraoperatoria che permette di fare esami diagnostici in sala operatoria e a cranio aperto. Tra i 22 posti letto, due sono riservati al monitoraggio del paziente, nel postoperatorio. Una soluzione resa possibile grazie alla collaborazione con il reparto di rianimazione diretto da Tullio Spina. Gli interventi neurochirurgici durano tra le due e le otto ore " e il tasso di mortalità in sala operatoria è pari a zero". Molti pazienti sono anziani, "alcuni centenari" precisa Zotta, ma "il nostro reparto è anche punto di riferimento per la neurochirurgia pediatrica". 

ACHILLE LOCOCO: ECCO LE NUOVE TECNICHE NON INVASIVE DI CHIRURGIA ROBOTICA

Centinaia di  interventi di chirurgia robotica effettuati in pochi mesi dall'equipe di Achille Lococo, direttore del dipartimento di chirurgia toracica dell'ospedale Santo Spirito di Pescara. Nel dettaglio, si contano 42 operazioni di chirurgia toracica, 36 di chirurgia generale, 26 di ginecologia, 5 di otorino, 4 di chirurgia pediatrica e 3 di urologia. Dati  resi noti nel corso di un convegno, che ha riunito specialisti da tutta Italia, organizzato in collaborazione con il dipartimento materno-infantile diretto da Pierluigi Lelli Chiesa e dal dipartimento di emergenza urgenza diretto da Tullio Spina.  Due 
anni fa il taglio del nastro della struttura e  "dopo un paio di mesi di corsi di formazione per l'uso delle nuove tecnologie microchirurgiche con i robot azionati dai medici- spiega Achille Lococo, coordinatore del gruppo multidisciplinare di chirurgia robotica-oggi forniamo risultati  che sono al di sopra delle nostre aspettative. Questo tipo di chirurgia è altamente innovativa,  non invasiva e permette di agire sui pazienti  con microincisioni sulla pelle". Lococo, 61 anni, calabrese di Maropati, fondatore 17 anni fa del reparto di chirurgia toracica, è a capo di un dipartimento con 23 reparti , diecimila interventi l'anno, 100 medici e 300 infermieri, "ma ne servirebbero almeno altri cento" per rispondere a tutte le esigenze dell'utenza proveniente anche da fuori regione. Il luminare è anche responsabile del Centro Studi Screening del Tumore Polmonare ed è stato incaricato dalla società nazionale di chirurgia toracica di tracciare le linee guida  che regolamenteranno questo tipo di interventi in Italia e che serviranno a "tutelare le professionalità e gli stessi pazienti". Il centro studi pescarese fa parte di  quattri centri a livello nazionale coordinati da Giulia Veronesi, figlia dell'oncologo Umberto, scomparso di recente, specializzata nella chirurgia robotica e bioscreening, un test di diagnosi precoce del tumore polmonare. "Grazie a queste sofisticate tecnologie-commenta Lococo- siamo in grado di identificare anche tumori di pochi millimetri. Ogni cinquanta Tac scopriamo un nuovo caso di tumore polmonare, con 170 interventi effettuati dal 2002. Nel prossimo futuro riusciremo a scovare un cancro al polmone anche solo grazie ad un prelievo del sangue". Lo screening, denominato Cosmos 2,  avviato circa 5  anni fa con la partecipazione di 700 volontari, quasi tutti abruzzesi e forti fumatori, si concluderà  quando saranno resi noti i risultati dell'intera indagine a cui hanno collaborato la clinica Pierangeli, l'istituto diagnostico di Lanciano e Claudio D'Archivio, radiologo di Giulianova, ma non la Asl di Pescara per assenza di fondi Lea, livelli essenziali di assistenza. L'indagine è stata realizzata con fondi Lasmot, Lega di sostegno del malato oncologico, pari a ventimila euro. 
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